05 marzo Tamalè (GHANA)

Un lungo trasferimento ci conduce da Kumasi al nord del Ghana, attraversiamo quasi tutto il paese. Vediamo diverse realtà di questa piccola nazione… cambia tutto il background, le chiese son sempre di meno, al loro posto sorgono sornioni le prime moschee; le case in murature fanno spazio a capanne di fango e fieno; la vegetazione fitta della costa viene sostituita dalla terra rossa.

Ci fermiamo ad Ahwiaa per ammirare gli incantevoli intarsi nel legno e ad Adanwomase per le elaborate stoffe kente e la coltivazione del cacao.

Dopo tante ore di strada raggiungiamo prima le fresche acque della cascata di Kintampo e, oltrepassato il fiume Volta, che dava il nome all’attuale Burkina Faso, giungiamo in serata a Tamalè. È molto faticoso oltre che pericoloso guidare di notte…

Siamo ospiti di alcune suore Carmelitane filippine e nigeriane che vivono pregando in contemplazione. Questo posto è strano, si respira quiete e pace nell’aria.

Le suore ci hanno preparato una lauta cena a base di riso e pollo; stanotte dormiremo sulle panche del monastero!

06 marzo Kara (TOGO)

Lasciata la caotica Tamalè ci dirigiamo a sud verso Natchamba ed il confine con il Togo.

[Stefy]: “Capanne con tetti di paglia completamente vuote all’interno tranne per qualche sacco usato come giaciglio e alcune pentole ammassate in un angolo. Le donne sedute a semicerchio dinanzi le proprie capanne, i bambini dagli occhi così grandi da specchiarsi. Siamo nel mondo dei Dagombo.
Abbiamo tirato fuori pacchi di caramelle e mi ha colpito molto la gioia sia sui visi degli uomini che dei bimbi.
Ci siamo divertiti a gonfiare palloncini e farli volare sopra le nostre teste.
Ho visto visi solari, sguardi fieri e sorrisi onesti talmente sinceri da buttar giù ogni barriera, diffidenza e differenza che, erroneamente, qualcuno potrebbe pensare esistere tra noi bianchi e loro: popolazione d’ebano raggiante.

A Sang ci fermiamo per caso a far visita all’orfanotrofio “Nazareth Home for God’s Children” retto da Suor Stan Terese Mumuni e che si dedica a orfani con problemi medici gravi; mentre il gruppo ascoltava la storia della scuola io non ho resistito e son dovuta andare nel cortile adiacente a parlare con una volontaria e due piccoli pargoli di un anno: Thomas e Lucia. Continuavo a guardare quegli occhi così grandi, così giovani ma già pieni di sofferenza…

A Natchamba compiliamo il foglio di uscita in  uno stanzino con due o tre galline che gironzolano, una vecchia branda rattoppata ed un bancone al di là del quale i due addetti al controllo dei passaporti sfogliano con attenzione tutti questi documenti italiani improvvisamente apparsi dinanzi ai loro occhi.

Siamo in Togo! Mentre attendiamo il nostro turno notiamo gruppi sparuti di persone che lasciano o entrano in questa piccola nazione. Quasi tutti senza documenti e per pagare l’accesso dovevano svuotare borse o bisacce a favore degli avidi poliziotti.

Finite le formalità burocratiche, manco il tempo di ripartire che troviamo il primo posto di blocco di una lunga serie.

Posto di blocco per modo di dire... Due bidoni posizionati a centro strada e un ragazzone robusto in canotta e cappello da pescatore che ci chiede 10.000 CFA (circa 20 euro) dopo aver ispezionato tutto il van e non aver trovato nessun difetto.


Mark contratta duramente e alla fine la spunta… I bidoni vengono rimossi e noi ce ne andiamo vincitori… almeno per stavolta!

07 marzo Sokodè (TOGO)

Percorriamo la strada principale togolese che dalla capitale Lomè porta dritto alle porte del Burkina Faso, non è male tutto sommato perché non ci sono i fastidiosi dossi ghanesi. Poco prima della città di Kandè voltiamo e ci immettiamo in una stradina rossa e polverosa… in pochi istanti siamo inghiottiti da una nube rossa… siamo nel regno dei Tamberna.

 

Con l’ausilio di una guida ci affacciamo con rispetto a uno dei tanti villaggi dall’architettura elegante e superba.

[Stefy]: “E’ incredibile che questi piccoli fortini siano fatti di terra ed acqua e durano da 100 anni. Veniamo accolti da donne dai cappelli dalle lunghe corna e uomini che fumano lunghe pipe. Ci scrutano a lungo incuriositi…
Trascorriamo un po’ di tempo aggirandoci in quel luogo senza tempo.
Prima di andare via, alcuni uomini cominciano a suonare strani strumenti e le donne emettono sordi suoni gutturali mentre altre danzano sinuosamente…

Ci rechiamo all’albero sacro, un antico baobab con una grossa apertura tale da riuscirci ad entrare dentro. Trovarsi nella pancia di un baobab vecchio di 1000 anni è una sensazione strana, sembra di essere dentro a una grotta.

In serata raggiungiamo Sokodè, siamo nuovamente nel sud Togo.

La giornata è ancora lunga; Ibrahim Yaya, il  pastore del “Temple de la Redemption”, ci dà l’opportunità di assistere alla danza del fuoco della tribù dei Ewe e perciò, dopo cena, ci rechiamo nella periferia di Sokodè. Il capo-villaggio ci accoglie facendoci accomodare su due panche. Mentre due o tre uomini suonano dei djambè, piano piano comincia a radunarsi tutto il villaggio attorno a noi. Un vecchio uomo afferra un bastone infuocato e inizia a passarselo sul braccio, poi sulla testa fino a morderlo e  masticarlo… E’ in trance. Fa impressione.

Diversi uomini si alternano in questa strana danza. Tutti entrano in questo cerchio disegnato a terra e facendo un cenno al cielo richiamano lo “spirito del fuoco” per invitarlo a lottare, così comincia la danza, i movimenti del corpo leggiadri, lo sguardo imbambolato, quasi assente, il fuoco sul loro corpo, persino sulla lingua.

Inizia a rovistare in una bacinella piena di vetri rotti, poi se li spalma addosso prima di fare lo stesso con una vecchia spada…

Improvvisamente Ibrahim ci si avvicina e ci intima di andare subito via; molti di quegli uomini erano in trance, eccitati e l’atmosfera stava diventando troppo calda e pericolosa per noi, il cerchio era diventato sempre più opprimente… è stata un’esperienza vera, autentica non turistica… proprio come piace a noi!

 

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